Innumerevoli culture e tradizioni si riferiscono ad un concetto di “essenza” dell’essere umano relazionandolo ad un “Corpo di Luce”.

L’eterno dualismo tra filosofia e scienza fa si che questi due mondi in genere non si parlino, anzi, confliggano descrivendo l’altro in maniera – purtroppo – spesso dispettiva.

Molti scienziati denigrano la filosofia relegandola a “quando si lascia andare il pensiero a briglie sciolte così, tanto per giocare”; analogamente molti pensatori descrivono la scienza come “un intruglio di formule che spiega il come ma non il perché delle cose”, relegato dunque a non poter mai comprendere il Tutto. In passato già molti altri hanno concretamente dimostrato che esistono molti concetti in comune tra i due mondi, praticamente due modi di descrivere le stesse cose, uno basato sull’intuizione o sull’esperienza mistica, l’altro sulla matematica (vedasi ad esempio “Il Tao della Fisica”).

Chissà, forse è possibile tentare di utilizzare lo stesso approccio anche per il concetto di “Corpo di Luce”. Che cosa potrebbe essere?

Per prima cosa, se esiste, si tratta di qualcosa fuori della portata dei nostri sensi, non possiamo vederlo,  interagire con la sua natura o misurarlo. Non è certo un’entità fisica nella nostra “realtà”. Ad ogni modo intuiamo come la nostra relazione con la “luce” sia qualcosa di costitutivo, di essenziale.

Come ben sanno i ginecologi che scelgono gli ovuli più promettenti per avviare il processo della fecondazione artificiale, la reazione chimica tra zinco e calcio sotto certe condizioni fa sì che gli ovuli emettano flash di luce quando vengono a contatto con enzimi spermatici (vedasi “E luce fu”). In altri termini la vita comincia con un lampo di luce. E se questa luce, quella della propria vita, fosse una specie di riflesso di qualcos’altro, la manifestazione di una forma di energia che non è stata ancora ipotizzata?

Altro elemento importante da considerare è che noi siamo in grado di pensare, di immaginare, ovvero di produrre immagini nel nostro cervello per descrivere cose, idee, progetti, fantasie o semplici possibilità.

Allora diventa importante sottolineare alcune caratteristiche curiose del nostro cervello.

Inizierei tenendo in conto il fatto che la ricerca ha dimostrato che il nostro cervello è in grado di gestire fino a undici dimensioni. Curiosamente, undici sono anche le dimensioni necessarie alla cosiddetta Teoria M, un autorevole tentativo matematico di riunificazione delle quattro forze, con lo scopo di rendere compatibile la gravità descritta dalla Relatività Generale con la Fisica Quantistica.

Che bisogno ha il nostro cervello di utilizzare strutture a undici dimensioni? Noi viviamo in un universo quadrimensionale, imprigionati in tre dimensioni spaziali e una temporale, appunto, il tempo.

Ci sono poi altre considerazioni da fare. Per esempio circa la memoria. Non esiste nel nostro cervello una zona in cui si memorizzano elementi. La memorizzazione è un fatto relazionale, che coinvolge appunto tutta la struttura cerebrale. Si tratta di una fitta rete di scambi di segnali di varia natura (chimica ed elettrica) a livello cellulare, distribuita su tutta la struttura. Praticamente, un ologramma. In generale, è questa rete di interconnessioni attive che ci rende in grado di collegare oggetti nei rispettivi contesti, come dimostrato da un altro importante studio.

Ci sono poi zone dedicate a particolari funzioni, ovviamente, come accade per i cinque sensi principali, come anche nel caso dell’Ippocampo, che funziona utilizzando particolari forme d’onda e che pare avere la funzione di aiutare nell’orientamento, agendo come una specie di GPS relazionale.

È possibile che la elaborazione di tutto questo abbia bisogno di strutture a undici dimensioni, cioè molto più complesse dell’universo che percepiamo, ristretto a sole quattro.

Penrose e Hameroff arrivarono a ipotizzare che il cervello umano utilizza criteri quantistici per il suo funzionamento, arrivando a proporre un possibile modello funzionale.

La complessa struttura relazionale che il nostro cervello utilizza per processare informazioni suggerisce che possa esistere altro oltre il nostro spaziotempo quadrimensionale.

E se davvero esistessero altre dimensioni nel tutto esistente? Sicuramente potremmo percepirne solo alcune proiezioni. Se ad esempio esistesse una realtà a due dimensioni spaziali più il tempo, gli esseri che lì vivrebbero sarebbero vincolati appunto a due dimensioni spaziali, come una specie di foglio di carta senza spessore. In quel caso, l’interazione di un oggetto tridimensionale, come ad esempio una matita che attraversa il foglio, sarebbe percepita come una proiezione bidimensionale; quegli esseri ipotetici vedrebbero inspiegabilmente apparire un punto (l’estremo della punta della matita) che lentamente si espande in un cerchio (la sezione della matita, un cerchio con lo stesso diametro della matita) e che poi all’improvviso sparisce (quando la matita ha attraversato il foglio).

Analogamente, se un oggetto quadrimensionale interagisse con la nostra esistenza tridimensionale, solo potremmo percepirne la proiezione in tre dimensioni, passando appunto da un cerchio a una sfera, aumentando di una dimensione il precedente esempio, e così via. Come si proietterebbe un oggetto a undici dimensioni nel nostro spaziotempo?

Allora, perché non ipotizzare una Realtà Fondamentale che per esistere ha bisogno – perché no? – di undici dimensioni, quindi per questo non percepibile direttamente da noi, semplici esseri quadridimensionali? Undici dimensioni, tante quante ne può gestire il nostro cervello e tante quante ne prevede la Teoria M, una delle più ambiziose astrazioni della fisica moderna.

In quel caso potrebbe esistere una differente forma di energia elementare fondamento del Tutto, le cui proiezioni nel nostro spaziotempo potrebbero coincidere con le differenti manifestazioni dell’energia da noi percepibili, come l’energia cinetica, quella potenziale, quella termica, quella fotonica o elettromagnetica in generale, eccetera?

Allora il Corpo di Luce potrebbe essere quella essenza, quella forma di energia sconosciuta e inaccessibile, la cui proiezione nella nostra realtà percepibile coinciderebbe con l’essenza di ciascuno di noi. Ecco perché non riusciamo a definire cos’è un Corpo di Luce, perché è qualcosa di non percettibile per noi ma che il nostro cervello è in grado di ipotizzare, cercando quell’elemento mancante, l’ultimo sessantaquattresimo dell’Occhio di Horus degli antichi egizi, quella ultima parte che servirebbe per completare l’Uno, qui inarrivabile ma alla quale continuiamo di fatto a tendere naturalmente. Una continua tensione verso il Tutto che solo la Conoscenza (Toth) può completare, concretizzandosi magari in nuovi possibili modelli scientifici.

Così, tanto per lasciare andare un po’ il cervello a briglie sciolte, navigando in leggerezza, tra scienza e libero pensiero.