Una sera di qualche anno fa ho conosciuto Matthieu Ricard.

Matthieu Ricard è stato definito l’uomo più felice del mondo. Biologo e monaco buddhista, è stato studiato per 12 anni dagli scienziati dell’Università del Winsconsin. Semplificando, sembra che il suo cervello sia naturalmente predisposto al cosiddetto pensiero positivo, in quanto i valori chimici che regolano la sua attività celebrale in questo senso sono notevolmente più alti della norma (lo studio è stato condotto su oltre 250 volontari). Il monaco sostiene che sia solo merito della meditazione, di esercizi che, a suo dire, gli sono particolarmente facili da praticare. Per gli scienziati invece è proprio la sua fisiologia a favorirgli la meditazione.

Dopo più di 15 anni, la questione di Ricard risulta ancora aperta. È la psicologia che influenza la fisiologia o è quest’ultima che influenza il modo di pensare e vivere?

Caliamo questa domanda nella nostra vita di tutti i giorni. Sappiamo che ogni qual volta facciamo un’esperienza o formuliamo un pensiero, anche se consapevolmente irrilevanti, vengono rilasciate sostanze chimiche ed ormoni che innescano reazioni diverse in diverse parti del corpo, nei tessuti e negli organi. Ad esempio, le endorfine sono neurotrasmettitori rilasciati dal cervello capaci di una potente carica analgesica ed eccitante (per la loro funzione, sono generalmente chiamate le “molecole della felicità”). Oppure le serotonine, che sono rilasciate dal sistema gastro-intestinale (il cosiddetto “secondo cervello”), hanno grande influenza nel controllo dei comportamenti sessuale e sociale dell’individuo.
Anche gli ormoni influenzano i nostri comportamenti. Ad esempio, alti livelli di ossitocina ci portano ad essere più protettivi verso gli altri e maggiormente empatici. Mentre grandi dosi di cortisolo renderanno la nostra sensibilità fisica (quella dei cinque sensi) molto più percettiva, aumentando di conseguenza anche la capacità di reazioni veloci agli stimoli cui siamo sottoposti (per questo motivo, il cortisolo è chiamato “l’ormone dello stress”).

Ognuna di queste molecole e ciascuno di questi ormoni (al pari di alcune sostanze psicotropiche, dalle droghe pesanti alla caffeina) influenzano il nostro organismo a livello fisiologico e biologico e di conseguenza influenzano anche i nostri comportamenti, le nostre emozioni e pensieri. Alla base di ciò che generalmente consideriamo afferente unicamente alla sfera psicologica ci sono numerosi fattori biologici.

Tuttavia, le neuroscienze hanno dimostrato ciò che l’antica sapienza aveva compreso millenni fa quando era affermato che “ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare i miracoli di una sola cosa”. In questa accezione i neuroscienziati affermano che un indirizzamento cosciente del nostro pensiero, influisce sulle nostre emozioni e quindi sulla nostra fisiologia e biologia. La catena di azioni e reazioni è sempre bidirezionale, la chimica agisce sul pensiero tanto quanto il pensiero agisce sulla chimica.

Noi tutti lavoriamo ogni giorno per conoscere noi stessi. Questo lavoro ci porta ad indagare su come siamo fatti, a tutti i livelli, da quello materiale a quello spirituale e viceversa. Macroscopico e microscopico sono intimamente connessi.

Ad esempio, comprendere la chimica del nostro corpo ci può aiutare a capire in quale relazione siamo con il cosmo. Infatti, non esiste alcun elemento che costituisce noi stessi che non sia preesistito a noi e, allo stesso modo, che non continuerà ad esisterà anche dopo la nostra morte. Gli atomi di calcio delle molecole delle nostre ossa potrebbero essere vecchi milioni di anni. Li assimiliamo, nel corso della nostra vita, con il cibo o l’acqua e potrebbero aver più volte fatto il giro del mondo o addirittura provenire dallo spazio interstellare prima di entrare in noi, per poi riprendere il loro corso Allo stesso modo gli atomi di ossigeno o di ferro. Siamo fatti principalmente d’acqua, ma il più delle volte dimentichiamo cosa questo significhi realmente per noi.

L’intero cosmo condivide con noi un’unica tavola periodica. Ciascun atomo, così come l’intero cosmo nel suo insieme, esistono conoscendo perfettamente il funzionamento del tutto, non violano le sue regole, ma anzi contribuiscono a renderlo esistente e a perseguire il Grande Disegno.

Poiché gli atomi che costituiscono le mie cellule e che vivono, proprio a causa della continua modificazione delle stesse, in maniera osmotica tra il mio sé fisico e ciò che mi circonda, essi non mi appartengono. Posso dunque affermare che il mio corpo non è mio, non lo sarà mai, non lo è mai stato. Eppure, esso mi supporta, con tutti i suoi limiti, nella conoscenza di ciò che esiste.

Cos’è dunque ciò che chiamo “io”?

Sarò io forse le mie emozioni? Ma se le “emozioni” sono il frutto e il ponte tra le mie attività biologiche e i miei pensieri, e se è stato dimostrato che il corpo può influire, attraverso le emozioni, sul pensiero, e viceversa, non posso affermare di essere le mie emozioni. Se il mio corpo non mi appartiene, allo stesso modo non mi appartengono le mie emozioni. Eppure, le sento e le uso quotidianamente per la comprensione di ciò che esiste.

Sono allora io il mio pensiero? So che il mio pensiero può modificare, indirizzando le emozioni, il mio corpo. Il mio pensiero evolve con gli anni. Il più delle volte il mio pensiero è influenzato dai ricordi o da pensieri passati.  Ho sempre creduto che i miei ricordi non si riferiscano agli eventi che credo di riportare alla memoria, ma solo alle emozioni che quegli eventi hanno scaturito, in maniera più o meno cosciente. Potrei affermare che io sono il frutto delle mie emozioni passate. In ogni caso, devo necessariamente riferirmi al mio “Io pensante” presente. Se il mio pensiero presente è frutto dei miei pensieri passati, esso non esiste perché questi ultimi, in quanto passati, non esistono più di per sé, ma solo in relazione al presente. Allo stesso modo il discorso vale per i pensieri che riguardano il futuro. I miei pensieri presenti, quali frutto e ponte tra passato e futuro, non possono essere indicati come essenza di io. Eppure mi aiutano a comprendere, nei limiti delle mie capacità, ciò che esiste.

Corpo, emozioni e pensieri sono dunque solamente strumenti, attraverso i quali è possibile indagare ciò che li tiene uniti, ciò che dà un senso alla loro esistenza. È questo ciò che chiamo “Io”.

Io non è nulla di nuovo nel disegno della Grande Opera. È sempre esistito e continuerà ad esistere. Eppure io capisco di essere tutto solo dopo aver compreso di non essere nulla.

Io non è me. Me è il mio corpo presente, la mia emozione presente, il mio pensiero presente.

Me è Forma di Sostanza. Ed è in divenire. Me è veicolo di Conoscenza.

Io, al contrario, è Sostanza e Coscienza.

Una tale conclusione illumina la ragione sopra ogni previsione.

Il lavoro automaticamente si reindirizza: utilizza “me” per comprendere “Io”.

Io, pura Coscienza, utilizza Me per conoscere ciò che esiste.

Per questo motivo l’iniziato comprende di non essere il fine ultimo del proprio lavoro. L’iniziato non appartiene a se stesso. Lavora sui suoi templi e sulle sue prigioni non per un suo proprio tornaconto. Il benessere personale, il paradiso terrestre, è lo scopo che si prefiggono i religiosi. L’iniziato lavora invece, collettivamente, per il bene e il progresso dell’Umanità, portando avanti il progetto del Grande Architetto. Perché nulla gli appartiene.

Perché Egli, Io, è tutto.