“Da dove veniamo, dove andiamo?”. Perché dentro di noi abita la nostalgia, quel desiderio acuto di tornare a vivere in un luogo che è stato di soggiorno abituale e che ora è lontano?

Sono queste le domande di sempre, a fronte di una vita limitata nello spazio e dal tempo.

Rimane aperto il grande interrogativo, quello relativo, come afferma Edward O.Wilson, ad “uno dei più potenti archetipi: la ricerca dell’ignoto ultimo”. [1]

Il tema dell’ignoto ultimo è il tema dell’Origine, del Fondamento, dell’Archè, ossia di ciò che è oltre l’Essere universo spazio-tempo; di ciò che “è”, ma è il Non-Essere, ossia il non spazio-tempo; di ciò che è quando non c’è lo spazio e non c’è il tempo.

 

“L’archè, la legge cosmica, la forza primigenia da cui tutto ha origine e a cui tutto tornerà – scrivono Gianguido Dall’Agata e Fabio Zwirner – è stata presente nella mente umana fin dalla nascita della filosofia della natura”. [2]

“Per portare in essere un comportamento – scrive a sua volta Selene Calloni Williams – c’è sempre bisogno di un’immagine guida. Queste sono quelle immagini che gli antichi definiscono archetipi: le forme originarie delle esperienze”. [3]

L’immagine guida è quella della Grande Dea Madre Cosmica: il Nero Luminoso, il Grande Mare in amore, “l’insondabile profondità delle acque” (Rig Veda).

Come fare l’esperienza dell’ignoto ultimo? Come tornare a sedere sull’orlo del Nero Luminoso a vedere la danza dei mondi? Come contemplare ancora il mare in amore, quell’immensa distesa acquea che gli indoeuropei chiamavano Na, le acque primordiali, contenenti Ka, la luce primordiale? Come risalire, come il salmone, alla sorgente?

Quel richiamo dell’Origine è stato immaginato nei millenni in molti modi nelle varie latitudini e longitudini dove l’essere umano ha condotto il proprio transito terreno.

In ambito vedico l’idea che l’Origine sia altro dall’Essere è ben chiara.

Kama, l’amore, sollecitata da tapas, l’ardore, penetra nell’In-Sé al punto da smembrarlo. L’In-Sé, Prajapati, si sacrifica, si smembra, si disperde.

“E’ il sacrificio di Parajapati – scrive Panikkar – in termini mitici che dà vita all’Essere e agli esseri, e che libera l’Essere dal peso di dover essere l’origine e la causa degli esseri … All’origine di ogni essere c’è il sacrificio che l’ha prodotto. Il tessuto dell’universo è il sacrificio, che è l’atto per eccellenza, e che produce tutto ciò che è”. [4]

L’etimologia della parola sacro è da ricondursi al latino sacer (forma arcaica sakros), la cui radice si ritrova all’accadico (lingua o insieme di lingue dell’area semitica, ormai estinte)  saqāru (“invocare la divinità”), sakāru (“sbarrare, interdire”) e saqru (elevato). Simili radici come sac-, sak-, sag- troviamo nell’indoeuropeo col  significato  di  aderire, attaccarsi  (alla divinità).

Al sacrum facere del Tutto, della Grande Dea Madre Cosmica, ossia al suo smembramento nella manifestazione, corrisponde il sacrum facere dell’essere umano, che è la tensione verso l’Origine, la ricomposizione, il riaccordo.

L’universo nasce e con esso Rita, l’ordine cosmico che ispira l’energia dell’atto sacrificale ed è alla radice di tutto: il principio, non ontologico, di ordine e di attività.

Rita è un elemento essenziale della cosmogonia vedica; è l’elemento relazionale ed è l’energia stessa del sacrificio; è Prajapati in formazione e come informazione; è intimamente connesso all’ardore (tapas) e alla verità (satya), in quanto senza Rita la verità non sarebbe vera. Tutti i poteri di ardore, concentrazione, energia e simili sono collegati al Rita. In effetti l’intero ordine dell’universo proviene ed è mantenuto da Rita.

I Rig Veda ci danno un’idea della creazione dove il Non-Essere è il luogo dell’Essere, ma Essere e Non-Essere sono a loro volta espressioni di un Tutto indifferenziato: la Grande Dea Madre Cosmica.

Nel Rig Veda è scritto:

1 – All’inizio non c’era essere, né c’era non essere.

Che cosa ricopriva l’insondabile profondità delle acque

e com’era e dov’era il riparo? Non c’era l’atmosfera

né, al di là di essa la volta celeste.

2 – Non c’era morte allora, né immutabilità.

Non c’era giorno. Non c’era notte.

Quell’Uno viveva in sé e per sé, senza respiro.

Al di fuori di quell’Uno, c’era il Nulla.

3 – C’era oscurità, all’inizio, e ancora oscurità,

in una imperscrutabile continuità di acque.

Tutto ciò che esisteva era un vasto Vuoto senza forma.

Quell’Uno era nato per la potenza dell’Ardore.

4 – All’inizio sorse l’Amore, che era il primo seme della Mente.

Scrutando nei loro cuori i sapienti scoprirono, con la loro saggezza,

il legame tra l’essere e il non-essere.

5 – Chi veramente sa? Chi potrebbe dire quando ci fu questa creazione?

E quale ne fu la causa?

Gli dei vennero dopo la sua emanazione.

Chi dunque può dire donde essa ebbe origine?

6 – Colui dal quale la creazione provenne,

può averla decisa egli stesso. Oppure no.

Colui che vigila nell’alto del cielo forse ne conosce l’origine. E forse no.

 Rigveda, V, 10, 129

 Mircea Eliade ne traccia un commento interessante: “Nel più famoso inno dei Rg Veda (x,129) – scrive – la cosmogonia è presentata come una metafisica. Il poeta si chiede come l’Essere abbia potuto originarsi dal Non-Essere, poiché all’inizio, «non esisteva né il Non-Essere né l’Essere» (strofa 1,1). «Non esisteva a quei tempi né morte né non morte» (vale a dire né uomini né dèi). Non c’era che il principio indifferenziato chiamato «Uno» (neutro). «Senz’alito, l’Uno respirava per sua forza propria». All’infuori «di quello, null’altro esisteva» (strofa2). «All’origine le tenebre erano coperte dalle tenebre», ma il calore (provocato dall’ascesi, tapas) fece nascere «l’Uno» «potenziale» (abhu) – ossia «embrione» – «ricoperto dal vuoto» (si può intendere: circondato dalle Acque primordiali). Da questo germe («potenziale») si sviluppa il Desiderio (kama), ed è proprio il Desiderio che «fu il primo seme (retas) della Coscienza (manas)», affermazione sconvolgente, che anticipa una delle tesi più importanti del pensiero filosofico indiano. I Poeti, nella loro riflessione, «seppero scoprire nel Non-Essere il luogo dell’Essere» (strofa 4). Il «primo seme» si divise in seguito in «alto» e «basso», in un principio maschile e in uno femminile” (cfr. Rig Veda x,72,4)[5].

Non siamo distanti, nella descrizione ispirata dei Rishi, da quelle del big bang o di un inflatone che dal vuoto quantico, in un tempo infinitesimo, diviene l’universo. Un universo che si divide in alto e in basso, ossia in spazio e, conseguentemente, nel tempo e nella polarità che ne consente la dinamicità.

“L’Uno che si distingue da se stesso, Hölderling, commentano Heidegger e Fink, “lo intende come l’essenza della bellezza. Ma per lui, all’epoca, bellezza è la parola per l’Essere”.

Le leggi che presiedono alla formazione della realtà spazio temporale sono infatti quelle che la nostra mente percepisce come belle, in quanto isomorfe alla nostra stessa costituzione.

René Guénon, nel suo saggio sugli stati molteplici dell’Essere, affronta la questione introducendo il concetto di Infinito, considera che l’Infinito non sia definibile e che la Possibilità sia altrettanto infinita e, conseguentemente, non definibile.

Ciò postulato, René Guénon scrive che l’Essere non racchiude in sé tutta la Possibilità e non è identificabile con l’Infinito.

Guénon aggiunge, a scanso di equivoci, che “l’Essere non è infinito dal momento che non coincide con la Possibilità totale; tanto più che l’Essere, come principio della manifestazione, contiene in sé tutte le possibilità di manifestazione, ma soltanto in quanto si manifestano”.

L’Essere, conseguentemente è limitato, non è infinito e non comprende il Non Essere, che Guénon afferma essere “più dell’Essere”.

L’infinità, afferma Guénon, appartiene all’insieme dell’Essere e del Non Essere.

L’infinità che contiene in sé tutte le possibilità, nella nostra immagine archetipica è la Grande Dea Madre Cosmica.

Essendo l’Essere principio dell’Esistere, ma non infinito, possiamo risalire dal particolare al generale, ossia dalle esistenze al loro principio e, pertanto, possiamo parlare dell’Essere e delle sue determinazioni.

Come parlare dell’infinito che possiede tutte le possibilità”. Parlarne non è possibile, non resta che contemplarlo nell’immagine archetipica del Nero Luminoso.

Se l’Essere è il campo spazio-tempo, schema energetico, quindi forma, ed è energia che si costituisce in campo, il Non-Essere è ciò che del Tutto (l’informe, l’indefinito, l’indefinibile: l’Archè, l’Abisso, la Tenebra, il Silenzio, il Tao, madre dei diecimila nomi che non ha un nome) non si è reso manifesto, non si è esteso e non essendosi esteso, non ha dato luogo al campo gravitazionale e a quello elettromagnetico: non c’è luce evidente e non c’è vita visibile.

L’Essere è una Matrix: uno schema del senza schema

 L’Essere, a sua volta, è un archetipo, un arché-typos, un’impronta, uno schema dell’Archè, il senza schema.

L’Essere, per quanto noi possiamo concepirlo in relazione all’universo nel quale abitiamo, è un olo-campo frattalico. Noi viviamo in un olo-campo frattalico: una Matrix.

L’Essere è il campo gravitazionale o spazio-tempo e la sua energia consustanziale è la gravità, che si propaga in onde gravitazionali, le quali esistono in quanto esiste lo spazio tempo che ne permette non solo l’esistenza, ma anche la propagazione. Lo spazio-tempo si propone, pertanto, come l’antico etere dei filosofi.

L’Essere spazio-tempo è lo schema energetico matrice (Matrix) delle forme, ossia il luogo ove l’informale informazione assume la forma.

L’informale si “immagina”, ossia diventa formalmente acquisibile alla percezione come immagine. Queste immagini sono archetipi, come gli dei o la Grande madre Universale, ossia la Phýsis, determinazione della Grande Dea Madre Cosmica.

Nell’Essere campo gravitazionale agiscono le leggi della fisica classica e della fisica quantistica, che hanno un punto di convergenza nella vita, il cui segreto, come scrive Paul Davies, deriva “dalla capacità di trattare l’informazione: un organismo vivente è un complesso sistema di elaborazione dell’informazione”, ossia di quanto è presente nell’Essere-campo gravitazionale, le cui onde propagano l’informazione dell’Origine. [6]

La scintilla della vita, aggiunge Davies, è “l’organizzazione dell’informazione”, in quanto “la complessità biologica è una complessità istruita o, per usare un’espressione moderna, basata sull’informazione”. [7]

A questo punto cosa rimane del concetto di Dio?

“Al rabbino Herbert S. Goldstein che gli chiese telegraficamente se credeva in Dio, Einstein rispose: “Io credo nel Dio di Spinoza, che si rivela nell’ordinata armonia di ciò che esiste, e non in un Dio che si occupa dei destini individuali e delle azioni degli esseri umani”. [8]

Per Spinoza, pensiero e materia (quindi energia) sono attributi dell’unica sostanza divina (substantia, ciò che sta sotto).

Spinoza ci dice che seppur distinguibili, materia e forma geometrica (come espressione del pensiero) sono interconnesse: l’ordine delle forme geometriche è l’ordine stesso del pensiero, e “l’ordine e la connessione delle idee sono lo stesso ordine e la stessa connessione delle cose”. (Da Ethica more geometrico demonstrata).

L’aforisma che sintetizza il pensiero di Spinoza, “Deus sive natura”(Dio ossia la natura) è perfettamente in linea con un’idea di Dio come Essere spazio-tempo (campo gravitazionale) intelligente che è la Natura, ossia, in altri termini la Grande Dea Madre Cosmica nella sua determinazione, manifestazione nell’Universo: la Phýsis.

Ha più senso pertanto dire, non come dicono i mistici: “Io sono colui che è”, identificandosi in un’idea ipostatizzata e in molti casi antropomorfa del Divino, ma: “Io sono colei che è”, volgendo lo sguardo all’Origine, la Grande Dea Madre Cosmica e sentendosi parte della Natura, della Phýsis.

 Come stare nella Matrix senza esserne prigioniero?

Abitare la nostalgia. Immergersi nel rapporto con l’archetipo della Grande Dea madre Cosmica. Sconfinare nell’oltre.

Mi piace tentare una risposta con una parte di un mio racconto di qualche anno fa.

“Seduto sull’orlo dell’infinito Nero, osservava i pianeti danzare. Si era espanso nell’ologramma della quarta dimensione da “poco tempo”, ma già sentiva la nostalgia del mare fluttuante di colori e di armonie, delle forme cangianti, degli attimi sfuggenti che aveva da poco lasciato e che erano assai più vicini all’oceano quantico del campo zero di quanto non lo fosse la densa fissità cui andava incontro.

In quella camicia di forza tridimensionale si sentiva stretto e il “tempo che scorre” lo turbava. Eppure c’era poco da recriminare. Lì doveva andare e lì sarebbe andato.

Se misurato con il metro della quarta dimensione il suo mondo era infinitamente piccolo, più piccolo di quella misura di Planck che gli scienziati del secondo millennio del pianeta Terra, dove era diretto, avevano scoperto.

Terra: terzo pianeta di un sole giallo nei pressi della Cintura di Orione, posto nella periferia di una galassia senza grande importanza, in prossimità del superammasso della Vergine. […]. Raniel si stava chiedendo se sarebbe mai stato capace di adattarsi a quel corpo tridimensionale. Eppure stava planando tra i mondi, si stava immergendo nella densità, stava progressivamente perdendo fluidità nei movimenti. Cominciava ad avvertire il trascorrere del tempo. E così, mentre entrava nella pelle, perdeva il contatto con la quinta dimensione; la vedeva svanire ai suoi occhi, non ne percepiva più la musica, non avvertiva più il fluire dei colori; rimaneva solo il contatto mentale. Era tutto quello che gli era stato concesso, per non turbare il mondo nel quale doveva operare. Un mondo enorme, immenso, se visto dal suo orizzonte dell’infinitesimamente piccolo e, proprio perché esteso, rigido, insopportabilmente denso. Era lì che doveva andare e lì sarebbe andato: nel regno di Thoth, il Signore delle Misure. Il misurare collassa le particelle quantistiche in entità stabilite. Era dunque la misura la causa di quella fissa densità nella quale stava entrando? Thoth era anche il dio della conoscenza e la mente, pensò Raniel, libera dai vincoli della materia, poteva andare oltre, anche tornare a casa”.

Come stare nella Matrix senza esserne prigioniero?

Con la theoria, che in Anassagora è «contemplazione dell’ordine cosmico».

Contemplazione, cum templum, ossia avvalendoci di quel “recinto sacro” che è l’intimo rapporto con noi stessi, che siamo Natura, manifestazioni della Grande Dea Madre Cosmica e con la Natura, anch’essa manifestazione della Grande Dea Madre Cosmica, cercandone l’armonia, che è la legge e così tornando a sedere sull’orlo dell’infinito Nero, a guardare la danza dei mondi.

[1] Edward O. Wilson, Le origini della creatività, Cortina

[2] Gianguido Dall’Agata, Fabio Zwirner, L’unificazione delle forze, ed. Corriere della Sera

[3] Selene Calloni Williams, Il profumo della luna, Edizioni studio Tesi

[4] Raimon Panikkar, I Veda, Bur

[5] Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, Bur

[6] Paul Davies, Da dove viene la vita, Mondadori

[7] Paul Davies, Da dove viene la vita, Mondadori

[8] Albert Einstein, Religione cosmica, Morcelliana