Carlo Rovelli, fisico, saggista e accademico italiano, specializzato in fisica teorica,

scrive: “I miti si nutrono di scienza e la scienza si nutre di miti”.[1]

I miti, dunque, sembrano narrare eventi o concetti scientifici.

Secondo C.G.Jung e Joseph Campbell “i miti – scrive Stanislav Grof – non raccontano le avventure fittizie di personaggi immaginari in luoghi inesistenti, non sono il prodotto arbitrario della fantasia di alcuni individui, ma piuttosto hanno la loro origine nell’inconscio collettivo dell’umanità e sono manifestazioni di quei principi primordiali che mettono ordine nella psiche e nel mondo e che Jung ha chiamato «archetipi»”. [2]

“Gli archetipi – aggiunge Grof – sono principi primordiali eterni che stanno alla base del mondo materiale, formandone e informandone la struttura” e sono “ontologicamente reali e trascendenti il mondo reale”. [3]

Cosa è il mondo immaginale?

Prima di dare una risposta alla domanda corre l’obbligo di ricordare, come ho scritto nel mio: “Il Tutto divino” che:” Il Tutto, l’Essere che essenzialmente è e diviene in un’incessante trasformazione, è Energia intelligente, informata, significante e cosciente”.

E cos’è l’energia?

Prendo a prestito le definizioni di Giorgio Rivieccio scritte nell’introduzione a: “Energia” di Nicola Ludwig[4].

“L’energia, considerata come «pura energia», non esiste. Eppure sappiamo perfettamente che l’energia è una componente fondamentale della nostra fisica […] ma non la possiamo toccare, vedere, pesare, misurare in senso assoluto, cioè slegata dalle cose in cui interviene. […]. La sua importanza è quella di essere una grandezza proteiforme, che possiamo «vedere» e misurare solo quando si trasforma: in luce, calore, elettricità, suono, energia cinetica, chimica, nucleare”.

L’energia è stata definita come la capacità o la possibilità di compiere un lavoro, ma ancora Giorgio Rivieccio, nella prefazione a: “L’unificazione della forze” di Gianguido Dall’Agata e Fabio Zwirner ci riporta ad una possibile definizione di energia come il Tutto, ossia l’archè.

“L’archè – scrive Giorgio Rivieccio – la legge cosmica, la forza primigenia da cui tutto ha origine e a cui tutto tornerà, è stata presente nella mente umana fin dalla nascita della filosofia della natura. […]. Oggi i fisici continuano a interrogarsi sulla possibilità dell’esistenza di una sola forza da cui siano discese quelle ora note che tengono insieme l’universo”.: la gravità, l’elettromagnetica, la nucleare debole e la nucleare forte.

Ed eccoci giunti all’immaginale.

Quando l’arché, il Tutto, si affaccia al mondo, è da noi percepito come immagini, forme, eidola e si rende visibile.

L’immaginale è, per noi esseri umani, il confine tra i mondi, il ponte tra visibile ed invisibile.

“Attraverso la forza dell’immagine, che si esprime come sintomo – scrive James Hillman, […] noi scopriamo una visione psicologica dell’uomo, un uomo che né il naturalismo, né lo spiritualismo, né il normalismo valgono a definire. L’uomo naturale, che si identifica con lo sviluppo armonico, l’uomo spirituale, che si identifica con la perfezione trascendente, e l’uomo normale, che si identifica con l’adattamento pratico e sociale, deformati, si trasformano nell’uomo psicologico, che si identifica con l’anima“. [5]

Il mondo dello spirito (possibilità) e quello della materia (fatti) nel loro rapporto hanno un terzo elemento: il mondo immaginale, che è il luogo dell’anima, o, meglio, di quel quantitativo di energia che noi chiamiamo “anima”.

Lavorare con un approccio immaginale significa lavorare col piano delle possibilità, nelle sue infinite forme immaginali e simboliche, andando oltre lo stretto limite della materia.

Qui giunti possiamo dare una risposta alla domanda di che cosa sia il mondo immaginale: è il mondo degli archetipi, degli Dei. E di questo mondo è parte Mnemosyne, figlia di Urano, il cielo e di Gea, la terra.

Nelle laminette orfiche, ritenute istruzioni per navigare nell’aldilà e che sono, probabilmente, anche istruzioni per un viaggio iniziatico, si riscontrano elementi interessanti che testimoniano della complessità ontologica dell’essere umano.

La laminetta orfica relativa a Mnemosyne ci offre elementi di possibile interpretazione psicologica e fisica di grande interesse.

Leggiamo prima di tutto la laminetta.

“Di Mnemosyne è questo sepolcro. Quando ti toccherà di morire,
andrai alle case ben costruite di Ade: v’è sulla destra una fonte,
accanto ad essa si erge un bianco cipresso;
lì discendono le anime dei morti per aver refrigerio.
A questa fonte non accostarti neppure;
ma più avanti troverai la fredda acqua che scorre
dal lago di Mnemosyne: vi stanno innanzi custodi,
ed essi ti chiederanno, in sicuro discernimento,
che mai cerchi attraverso la tenebra dell’Ade caliginoso.
Dì loro: “Son figlio della Greve e del Cielo stellato;
di sete son arso e vengo meno: ma datemi presto
da bere la fredda acqua che viene dal lago di Mnemosyne”.
Ed essi son misericordiosi per volere del sovrano degli Inferi,
e ti daranno da bere (l’acqua) del lago di Mnemosyne;
e tu quando avrai bevuto percorrerai la sacra via su cui procedono gloriosi
anche gli altri iniziati e posseduti da Dioniso”.

Μναμοσύνας τόδε ἔργον. ἐπεὶ ἂν μέλληισι θανεῖσται
εἰς Ἀίδαο δόμους εὐήρεας• ἔστ’ ἐπὶ δ<ε>ξιὰ κρήνα,
πὰρ δ’αὐτὰν ἑστακῦα λευκὰ κυπάρισσος•
ἔνθα κατερχόμεναι ψυ(χ)αὶ νεκύων ψύχονται.
ταύτας τᾶς κράνας μηδὲ σχεδὸν ἐγγύθεν ἔλθηις•
πρόσθεν δὲ hεὑρήσεις τᾶς Μναμοσύνας ἀπὸ λίμνας
ψυχρὸν ὕδωρ προρέον• φύλακες δὲ ἐπύπερθεν ἔασι,
hοἳ δέ σε εἰρήσονται ἐν φρασὶ πευκαλίμαισι
ὅττι δὴ ἐξερέεις Ἄιδος σκότους ὀλοέεντος.
εἶπον• ὓός Βαρέας καὶ Οὐρανοῦ ἀστερόεντος,
δίψαι δ’ εἰμ’ αὖος καὶ ἀπόλλυμαι• ἀλλὰ δότ’ ὦ[κα]
ψυχρὸν ὕδωρ π[ρο]ρέον τῆς Μνημοσύνης ἀπὸ λίμ[νης].
καὶ δή τοι ἐρέουσιν hὑπο χθονίωι βασιλεί[αι].
καὶ δή τοι δώσουσι πιεῖν τᾶς Μναμοσύνας λίμνας•
καὶ δὴ καὶ σὺχνὸν hὁδὸν ἔρχεα<ι> hἅν τε καὶ ἄλλοι
μύσται καὶ βά(κ)χοι hἱερὰν στείχουσι κλεινοί.

Iniziamo con la fonte posta a destra, accanto alla quale si erge un bianco cipresso. La destra, se riferita al corpo umano, è la parte comandata dal cervello sinistro, quello che esprime la razionalità e il cipresso è, come Ciparisso (da cui prende il nome) il simbolo del dolore per la morte del corpo. Le lacrime di Ciparisso ricordano l’acqua della fonte del cipresso.

Il messaggio è: non piangere, affidandoti alla razionalità, la morte del tuo corpo. Va oltre, verso il lago di Mnemosyne, là dove regna l’acqua della memoria, del ricordo.

Mnemosyne, con le sue figlie, le Muse, rappresenta l’ideale supremo dell’Arte, intesa come verità del Tutto, ossia come “l’eterna magnificenza del divino”.

Mnemosyne, dal greco mimnésio, ha il significato di rammentare, sovvenire, ricordare ed è nel ricordo la chiave del messaggio iniziatico della laminetta.

Ricordo è composto da re (di nuovo) e cor (cuore) e il ricordare è un “richiamare al cuore” la propria essenza per riaccordare le varei componenti dell’essere umano e queste con il Tutto.

Non a caso l’iniziato (o il morto) per poter bere l’acqua del lago di Mnemosyne deve dire di essere figlio di Greve e del Cielo stellato.

Perché Greve e non Gea?

Probabilmente per il fatto che qui è collocata la chiave fondamentale di tutta la laminetta.

Greve implica gravità, ossia mette in campo la massa, mentre il Cielo stellato è il simbolo del Nero luminoso, ossia di un mondo energetico non affetto da pesantezza, dove regna la luce implicita, che si manifesta nel campo elettromagnetico (luce esplicita).

Come ci ricorda Franco Rendich,[6] in ambito indoeuropeo, Na sono le Acque scure e insondabili, che contengono una luce increata Ka, dal significato di Acque luminose, luce e anche felicità. Potremmo definirla la Vera Luce.

Eka, l’Uno, derivante da e, rafforzativo di i (andare, da cui in latino ire) è il muoversi delle Acque Luminose Ka ed è la sintesi delle sostanze luminose che costituiscono l’universo.

Eka, l’Uno, è detto anche Hiranyagarbha, il germe luminoso.

Garbha è il seme, portato hira dalle Acque n in cui si trova ya.

L’Uno, ossia l’universo (uni-verso) esce dalle Acque scure e insondabili in cui si trova come Acque Luminose Ka in movimento e.

Il mito mette a confronto la gravità propria dei corpi e la leggerezza propria dell’energia non soggiogata alla gravità.

Nel mezzo possiamo collocare gli immaginali, intesi come archetipi, impronte dell’archè (archè-týpos), che noi percepiamo “immaginandoli”, ossia collocandoli in fotogrammi, scritture di luce.

Oggi la fisica mette la relazione tra energia soggiogata alla gravità e energia non soggiogata alla gravità nella formula di De Broglie mc2=hf, che stabilisce l’equivalenza tra la massa per la velocità della luce al quadrato e la frequenza moltiplicata per la costante di Planck, che rappresenta l’azione minima possibile o elementare dell’anergia quantizzata.

Quando prendiamo in esame la formula di De Broglie apprendiamo l’equivalenza della natura corpuscolare e di quella ondulatoria dell’energia, ossia, in altri termini, tornando al mito, tra la vita dominata dalla pesantezza, la massa (sono figlio di Grave) e quella dove domina la leggerezza (sono figlio del Cielo stellato).

Cosa significa ricordare, riaccordarsi, richiamare al cuore?

Probabilmente significa apprestarsi a cambiare frequenza.

Max Planck, nel 1944, pochi anni prima di morire scrisse: “Avendo consacrato tutta la mia vita alla Scienza più razionale possibile, lo studio della materia, posso dirvi almeno questo a proposito delle mie ricerche sull’atomo: la materia come tale non esiste! Tutta la materia non esiste che in virtù di una forza che fa vibrare le particelle e mantiene questo minuscolo sistema solare dell’atomo. Possiamo supporre al di sotto di questa forza l’esistenza di uno Spirito Intelligente e cosciente. Questo Spirito è la ragione di ogni materia.”[7]

Tra questo Spirito intelligente e cosciente, che dal mio punto di vista è il Tutti di Energia intelligente, informata, significante e cosciente e la vita greve del corpo fisico, si colloca l’immaginazione, ossia la capacità della psyché di cogliere gli “immaginali”, di pensare gli archetipi, di rapportarsi agli Dei.

Qui si apre un elemento importante di riflessione riguardante il concetto stesso di anima.

Richard Broxton Onians rileva come ψυχή (psiché) venga comunemente intesa come “anima-respiro”, ma come anche lo stesso termine sia spesso correlato a quello di θυμός (thymos) dall’analogo significato.[8]

In altri è evidente che i due elementi siano di differente significato.

In tal senso thymos viene usato quando è racchiuso nei polmoni (ritenuti organi dell’intelligenza) come un elemento caldo; il termine diviene invece psyché quando abbandona il corpo con l’ultimo respiro, divenendo un elemento freddo. L’uomo, integro e intero durante la vita, si scinde, lasciando dietro il corpo che si corrompe e liberando la psyché.

Accade anche che thymos e psyché lascino insieme il corpo. Psyché lo abbandona giungendo nell’Ade come “un fantasma visto in sogno”, mentre thymos viene distrutto dalla morte.

Onians ricorda come la psyché sia associata, come luogo, alla testa, da dove veniva espirata, e che essa corrisponde piuttosto alla skiá (σκιά, ombra) come descritta nell’Odissea, piuttosto che all’anima-respiro (rientrando così nell’ambito del thymos).

Platone, in Leggi X scrive. «Ebbene ψυχὴ dirige ogni cosa, tutte le realtà celesti, terrestri, marine, grazie ai suoi propri movimenti, i quali hanno un nome: volere, analizzare, avere cura, prender decisioni, giudicare bene e male, provar dolore e gioia, coraggio e paura, odio e amore, e tutti gli altri moti che possono essere assimilati a questi e che costituiscono i movimenti primari, guide di quelli secondari – i moti dei corpi – e determinanti in ogni cosa la crescita e la diminuzione, la separazione, e l’unione con quel che ne segue, ossia il caldo e il freddo, il pesante e il leggero, il bianco e il nero, l’aspro e il dolce».

In Aristotele l’anima è concepita come forma che determina la materia e il suo fine.

In Aristotele (De anima), infatti, l’anima è “sostanza nel senso di forma e cioè quiddità di un corpo d’una determinata qualità”. “Se l’occhio fosse un animale – spiega Aristotele – anima sua sarebbe la vista. […]. L’occhio è materia della vista”.

Per Aristotele l’anima contiene in sé il telos, ossia la sua meta finale, la sua entélechia. Se il corpo è óusía os ýlé (sostanza materiale) l’anima ne è la forma che determina la materia (óusía os eidos) cosicché la forma, determinando la materia, ne fa il “questo qui” (tóde ti).

L’anima, in quanto dotata di telos, è entélechia del corpo e in quanto tale ne determina la meta finale.

Aristotele distingue poi l’anima prima: “ciò che nutre” e la “generatrice di un essere simile a chi la possiede” (la più bassa e legata al corpo), dall’anima intellettiva e afferma: “quella parte di anima che chiamiamo [noûs] intelletto (e dico intelletto non per cui l’anima pensa e come concepisce) non è in atto in nessuna delle cose prima di pensarle. Perciò non è ragionevole che sia mescolato al corpo. […]. Hanno ragione quindi quelli che sostengono che l’anima è il luogo delle forme, solo che non l’anima intera è tale, ma l’intellettiva e che non si tratta di forme in atto, ma in potenza”.

Esistono, pertanto un’anima nutritiva e un’anima intellettiva, ma quest’ultima appartiene al mondo degli intelligibili, una realtà priva di materia dove “sono lo stesso il pensante e il pensato”.

L’anima è la forma del corpo (morfé sómatos), è attività del corpo (enérgheia sómatos), è causa e principio del suo movimento (sómatos aitía kai archè) ed è attuazione compiuta della sua natura (entélechia sómatos physichoú).

Tutte le funzioni dell’anima, con la sola esclusione dell’intelletto (noûs) sono legami di natura fisiologica con il corpo.

L’anima intellettiva come luogo delle forme è assai vicina al concetto di anima come facoltà di rapportarsi agli immaginali.

Nella tradizione egizia troviamo una delle più significative descrizioni della complessità dell’essere umano nelle sue varie componenti. Qui l’essere umano è composto da 9 parti.

1 Khat – Get – Corpo (La parte più materiale dell’anima che possiede anche il corpo) – Khat è il cadavere, il corpo per la terra – Get è il corpo vivo

2 Ba – Anima come “essenza presente” – Qualità – Potenza interiore dell’essere – Attiva le metamorfosi –

“L’essenza cosmica che è in ogni essere vivente e che fa di lui una forma materiale pienamente cosciente”.[9] Manifestazione visibile dell’azione divina – Forza magica assimilabile a un nutrimento – Il verbo Ba si può tradurre con “essere presente, efficiente in un luogo” – E’ l’Akh manifesto, la facoltà del divino di assumere i più vari aspetti.

3 Ab – Ib – Cuore – Coscienza -Sede di Sia, la conoscenza – Intelligenza – Controparte spirituale di Haty, il cuore materiale centro della vita mentale.

4 Khaibhit – Corpo eterico – Ombra – Simile al Ka – Doppio immateriale – Collegamento tra il corpo e gli elementi incorporei dell’individuo .

5 Ka – Forza vitale universale che nell’uomo diventa campo energetico – Patrimonio genetico – Il Ka ha come corrispondenti le Hemsut, tradotte con “situazioni” – La situazione è la circostanza in cui si verifica un evento, il complesso degli elementi concreti da cui ha origine la condizione reale di una cosa. Il Ka e le sue corrispondenti Hemsut sono dunque le circostanze in cui si verifica un evento, ossia l’intreccio di campi costituenti il vivente.[10]

6 – Sekhem – Forza di coesione – Agente di collegamento – Assicura la coesione di un essere e dei vari elementi che lo costituiscono – Forza volitiva – Deriva dal verbo s-kem dal significato di bruciare o far bruciare.

7 Akh Akhu – Esistenza trascendente – Corpo di luce – Anima spirituale – Ipostasi luminosa dell’eterna energia cosmica – E’ l’elemento che si congiunge con il divino –Energia creatrice luminosa elemento della vita perenne.

“Akh è una forma di esistenza trascendente e perfetta, la potenza ipostatizzata, quella che determina il destino degli esseri umani risvegliati e li trasfigura”.[11]

Akh cosmico: la luce che si genera dalle tenebre.

Akh naturale: la luce che si incarna in un corpo materiale per attivarne il fuoco interno.

Akh superpotenza: rappresenta la luce dello “Spirito”, il mezzo dell’essere umano per tornare all’unità.

8 Ren – Identità dell’essere – Il nome occulto che mantiene in vita e conferma la vita – Nel nome occulto si riteneva fosse racchiusa l’essenza della cosa nominata- Identità – Particolare vibrazione.

9 Sakhu Sa-Hu – Intelligenza suprema – Sapienza – Verbo – La S è causativa, quindi è ciò che causa l’Akhu – Primo involucro dello spirito divino che si incarna – Elemento trasfigurante –

Nella ritualità l’essere santificato e rinato nella sfera del sacro – Il suo sogno ad occhi aperti è divenuto realtà – E’ divenuto una stella – Un essere risplendente – Intelligenza suprema – Trasfigurazione dell’Akh. – Il fluido magnetico, il fluido vitale che circola liberamente attraverso il tempo e lo spazio – Sa è la conoscenza di tutte le cose, l’intelligenza suprema che crea attraverso il verbo. Hu è il principio nutritivo, l’essenza, la potenza del verbo: Thoth

 

Nello schema egizio è il cuore la sede di Sia e, pertanto, il ricordo, il riaccordarsi, il “richiamare al cuore” è anche l’indicazione di un portale, ossia l’indicazione di un cambio di frequenza, tra quella propria del corpo materiale a quella propria del corpo di luce.

E forse qui si nasconde davvero il segreto di Mnemosyne: nel cambio di frequenza, nel non bere l’acqua delle lacrime per la morte del corpo, ma l’acqua delle indoeuropee Na (Acque primordiali) o del Nun egizio (l’Oceano primordiale), ossia l’acqua intesa come Energia intelligente, informata, significante e cosciente.

 

[1] Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi

[2] Stanislav Grof, L’ultimo viaggio, Feltrinelli

[3] Stanislav Grof, L’ultimo viaggio, Feltrinelli

[4] Nicola Ludwig, Energia, Corriere della Sera

[5] James Hillman, La vana fuga degli dei, Adelphi

[6] Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi Editore

[7] Fonte: Max Planck, da un discorso che ha fatto a Firenze nel 1944, dal titolo “La natura della materia” (The Essence/Nature/Character of Matter) Quelle: Archiv zur Geschichte der Max-Planck-Gesellschaft, Abt. Va, Rep. 11 Planck, Nr. 1797.

[8] Richard Broxton Onians, Le origini del pensiero europeo. Intorno al corpo, la mente, l’anima, il mondo, il tempo e il destino, Milano, Adelphi, 2006.

 

[9] René Lachaud, Nell’Egitto dei Faraoni, Mediterranee

[10] Sergio Donadoni, Testi religiosi egizi a cura di – Utet

[11] René Lachaud, Nell’Egitto dei Faraoni, Mediterranee