Tutto l’effimero è solo un simbolo;
l’irraggiungibile diviene qui conseguimento;
l’indescrivibile qui è compiuto. L’eterno Femminino ci trae verso alto.
(Dal coro mistico del Faust)

Ogni effimera conquista della mente che cerca ha valore di un passo verso quell’assoluto che ci viene concesso solo come stimolo all’indagine che trasferiamo dal passato al futuro nelle mani di chi verrà dopo di noi

Nella tradizione massonica, in occasione della celebrazione dei Solstizi, l’Oratore deve provvedere a fornire ai Fratelli gli strumenti per la comprensione dei Rituali e la formazione che si basa sulla Tradizione. Per questo motivo è giusto partire proprio dal collegamento con tutte le tradizioni antiche che sono espressione di un’unica Tradizione, onde comprendere il legame che unisce tutti gli Uomini sulla Terra; una Tradizione che è figlia di una Verità di cui è custode, anche se non sempre tale Verità è compresa.

Agli albori dell’umanità, esisteva un ricco calendario di feste annuali e stagionali e di riti di propiziazione e rinnovamento. Le origini di questi antichi culti vanno ricercate in ciò che è “principio” della vita sulla terra e che “dal principio” è stato oggetto di culto e di venerazione: il sole.
Secondo la Tradizione: “I popoli nel periodo primitivo della loro esistenza erano intimamente legati al “ciclo della natura” poiché da questo dipendeva la loro stessa sopravvivenza. Al tempo, la vita naturale appariva indecifrabile, incombente, potente espressione di forze da accattivarsi; era un mondo magico. L’uomo antico si sentiva parte di quella natura, ma in posizione di debolezza. Per questo, attraverso il rito, cercava di “fare amicizia” con questa o quella forza insita in essa.

Al centro di questo ciclo c’era l’astro che scandiva il ritmo della giornata, la “stella del mattino” che determinava i ritmi della fruttificazione e che condizionava tutta la vita dell’uomo.

Per quest’ultimo, temere che il sole non sorgesse più, vederlo perdere forza d’inverno riducendo sempre più il suo corso nel cielo, era un’esperienza tragica che minacciava la sua stessa vita. Perciò, (tale minaccia) doveva essere esorcizzata con riti che avessero lo scopo di evitare che il sole non si innalzasse più o di aiutarlo nel momento di minor forza.

È proprio partendo da questa considerazione che possiamo individuare le origini dei rituali e delle feste collegate al solstizio d’inverno.”

Noi Massoni sappiamo, invece, che il potere del Rito va ben oltre, e nei nostri Templi agiamo consapevoli di porci in una dimensione creativa: noi siamo autori di una azione magica.

Il termine solstizio viene dal latino solstitium, che significa letteralmente “sole fermo” (da sol, “sole”, e sistere, “stare fermo”).

Se ci troviamo nell’emisfero nord della terra, nei giorni che vanno dal 22 al 24 dicembre possiamo infatti osservare come il sole sembra fermarsi in cielo, fenomeno tanto più evidente quanto più ci si avvicina all’equatore. In termini astronomici, in quel periodo il sole inverte il proprio moto nel senso della “declinazione”, cioè raggiunge il punto di massima distanza dal piano equatoriale. Il buio della notte raggiunge la massima estensione e la luce del giorno la minima. Si verificano cioè la notte più lunga e il giorno più corto dell’anno.

Subito dopo il solstizio, la luce del giorno torna gradatamente ad aumentare e il buio della notte a ridursi fino al solstizio d’estate, in giugno, quando avremo il giorno più lungo dell’anno e la notte più corta. Il giorno del solstizio cade generalmente il 21, ma per l’inversione apparente del moto solare diventa visibile il terzo/quarto giorno successivo. Il sole, quindi, nel solstizio d’inverno giunge nella sua fase più debole quanto a luce e calore, pare precipitare nell’oscurità, ma poi ritorna vitale e “invincibile” sulle stesse tenebre. E proprio il 25 dicembre sembra rinascere, ha cioè un nuovo “Natale”.
Questa interpretazione “astronomica” può spiegare perché il 25 dicembre sia una data celebrativa presente in culture e paesi così distanti tra loro. Tutto parte da una osservazione attenta del comportamento dei pianeti e del sole, e gli antichi, pare strano, conoscevano bene gli strumenti che permettevano loro di osservare e descrivere movimenti e comportamenti degli astri.
Per fare un esempio, a Maeshowe (Orkneys, Scozia) si erge un tumulo datato (con il metodo del carbone radioattivo) 2750 a.C. All’interno del tumulo c’è una struttura di pietra con un lungo ingresso a forma di tunnel. Questa costruzione è allineata in modo che la luce del sole possa scorrere attraverso il passaggio e splendere all’interno del megalite, illuminando in questo modo il retro della struttura. Questo accade al sorgere del sole e al solstizio d’inverno.

Il 25 dicembre è associato al giorno di nascita o di festeggiamento di personaggi divini risalenti anche a secoli prima di Cristo.

“I mosaici e gli affreschi raffiguranti immagini di Horus in braccio a Iside ricordano l’iconografia cristiana della Madonna col bambino, tanto da indurci a credere che in epoca cristiana, per ovvi motivi, alcune rappresentazioni di Iside e Horus, spesso raffigurato come un bambino con la corona solare sul capo, furono probabilmente “riciclate”.

Quello di Mitra fu il culto più concorrenziale al cristianesimo e col quale il cristianesimo si fuse sincreticamente. Anche Mitra era stato partorito da una vergine, aveva dodici discepoli e veniva soprannominato “il Salvatore”.

Nel giorno corrispondente al 25 dicembre odierno, nel 3000 a.C. circa, veniva festeggiato il dio Sole babilonese Shamash. Il dio solare veniva chiamato Utu in sumerico e Shamash in accadico. Era il dio del Sole, della giustizia e della predizione, in quanto il sole vede tutto: passato, presente e futuro.
In Babilonia successivamente comparve il culto della dea Ishtar e di suo figlio Tammuz, che veniva considerato l’incarnazione del Sole. Allo stesso modo di Iside, anche Ishtar veniva rappresentata con il suo bambino tra le braccia.

Nei giorni del solstizio d’inverno, si svolgeva in onore di Dioniso una festa rituale chiamata Lenaea, “la festa delle donne selvagge”. Veniva celebrato il dio che “rinasceva” bambino dopo essere stato fatto a pezzi.

Bacab era il dio Sole nello Yucatan; si credeva che fosse stato messo al mondo dalla vergine Chiribirias. Il dio sole inca Wiracocha veniva celebrato nella festa del solstizio d’inverno Inti Raymi (festeggiata il 24 giugno perché nell’emisfero sud, essendo le stagioni rovesciate, il solstizio d’inverno cade appunto in giugno). Riguardo ai culti solari precolombiani è interessante notare come i tempi e i simboli del sacro siano comuni a civiltà così distanti fra loro. In particolare, volendo analizzare la tradizione a noi maggiormente vicina, i Romani erano soliti celebrare durante il periodo del solstizio d’inverno in onore del dio Mitra. Come, tra il 17 e il 24 dicembre, celebravano i Saturnali in onore di Saturno, dio dell’agricoltura. Questi festeggiamenti prevedevano lo scambio di doni e l’allestimento di banchetti. Per quel che riguarda le tradizioni pagane legate soprattutto ai popoli latini, molte sono state assorbite dal Cristianesimo, quindi mescolate ad altre credenze di altre culture, ed hanno assunto un nuovo significato.”

Nel momento del Solstizio d’Inverno, seguendo la grande ruota dello Zodiaco, il Sagittario lascia il posto al Capricorno che i Sumeri associavano ad Ea, la divinità primordiale della sfera sub-lunare. Ea dimorava nell’abisso dal quale emerse sotto forma di “pesce-capra”, indice della sua duplice natura, per proteggere l’umanità salvandola dalla estinzione. Anche gli Egizi individuarono nel cielo d’inverno l’immagine del pesce-capra e l’associarono all’ibis e a Knum, il dio delle acque, portatore delle piene del Nilo. Per la mitologia greca invece il Capricorno era legato alla capra Amaltea che nutrì e protesse Zeus dal padre Crono. E dal corno di Amaltea uscivano nettare ed ambrosia e con esso le figlie di Melissa sfamarono il dio bambino.  Amaltea, poi, riconduce a Pan, il vecchio dio dell’Arcadia, dai piedi caprigni, che per sfuggire a Tifone s’immerse nell’acqua assumendo la forma di uno strano sirenide dalla doppia polarità. Fu lui, assieme ad Hermes, a salvare Zeus permettendogli di colpire Tifone con la folgore.

La similitudine con il Solstizio d’Inverno è evidente: il dio solare, ridotto all’estremo, rinchiuso in una grotta, è salvato dal capro sacrificale ed inizia la lenta ascesa, cioè il percorso di liberazione.

Il Solstizio d’Inverno corrisponde al momento astronomico durante il quale le lunghe ombre della notte, che avvolgono il globo terrestre, raggiungono la propria massima estensione; la terra è immersa in una profonda oscurità nella quale, improvvisamente, l’uomo, intento a svolgere le proprie attività quotidiane, scorge un leggero chiarore foriero di una nuova rinascita.

È al culmine del nero che l’astro solare, Sol stat, si ferma, iniziando una lenta ascesa che, con il progressivo aumento della luce, lo vedrà, poi, raggiungere, trionfalmente, l’acme durante il Solstizio d’Estate.

È il momento del passaggio dalle tenebre alla luce; è la devayana, la via degli dei; è la Janua Coeli della tradizione romana, la porta d’accesso, cioè, al cielo, alla sfera del trascendente, quella che alimenta la nostra Speranza. È quanto evocano le fiammelle che abbiamo accese, i rametti di abete, di cui oggi ci siamo adornati.

Fin dall’antichità, l’umanità ha celebrato questa ricorrenza come il simbolo di un nuovo inizio, il preludio di una stagione carica di speranza.

In particolare i romani ponevano a guardia dei Solstizi, che erano considerate delle porte che collegavano dimensioni diverse, il dio Giano, il quale, grazie alla sua natura bifronte, vigilava su coloro che attraversavano le magiche soglie per intraprendere un nuovo viaggio sia in Terra che nei piani superiori.

Un nuovo inizio che, oggi, ci vede operativamente coinvolti: così come la Madre Terra conserva gelosamente i semi nel suo solco, racchiudendoli nel calore del suo grembo, così l’iniziato serba la luminosa energia preparandosi ad accogliere i primi raggi della nuova luce nascente, al fine di arrivare ad intravedere la Janua Coeli e, al di là di questa, la Grande Luce.

Pertanto il Dies Solis Invicti è l’istante in cui, risorto dal buio dell’Occidente, il Massone, comprendendo la propria insita potenzialità, incomincia, quel viaggio iniziatico verso Oriente, viaggio che lo vedrà alla Janua Inferni ricolmo di energia, poiché la Natura ci insegna che la dura terra gelata ed il guscio del seme non possono impedire la rinascita, il fluire della nuova linfa vitale che tutto rigenera.

Il nero è solo il preludio del bianco, l’oscurità rappresenta la grande possibilità da cui deriva la Luce; una Luce che irradia calore fisico ma che, contemporaneamente, illumina il nostro piano psichico e spirituale.

Ed è in tale stato percettivo che, nell’intima essenza dell’iniziato, matura quella trasmutazione alchemica che vede, dopo il tempo della Nigredo, in terra, la nascita della Prima Luce.

E questo è il vero mutamento dimensionale che ci viene offerto oggi e che, richiamando il “Muori e divieni” del nostro fr:. Goethe, ci invita a conoscere noi stessi, a rettificarci ed a divenire ardenti annunciatori del messaggio d’Amore universale la cui manifestazione, oggi, celebriamo nei nostri Templi.

Nei tempi antichi il contatto esistente tra l’Uomo e la Trascendenza era di certo estremamente più diretto di quanto non lo sia oggi. Ogni stagione, ogni luna erano scandite da precise ritualità che, irrimediabilmente, venivano ad influenzare la contingenza dell’umano divenire.

Anticamente l’uomo viveva il Simbolo, sentendone la presenza oltre i suoi sensi limitati. Egli viveva la propria esistenza nel continuo e reiterato tentativo di uniformarne il ritmo a quello dei Cosmi:

le cadenze astrali ne guidavano le opere, in quanto le opere stesse proprio da queste erano influenzate ed ogni cosa diveniva quindi Divina, causale, vitale.

E finanche nella morte dell’astro, così come nella morte iniziatica, la scintilla Divina non poteva essere considerata spenta, ma necessariamente rinnovata.

L’alto disegno in cui l’Uomo era immerso non era disconnesso dal resto del Tutto, ma ne faceva parte. E nell’uomo ogni cosa, sia in potenza che in atto, poteva quindi essere trovata poiché il male è nella cieca ed ignorante stasi, che viene sommersa dai flutti dell’incessante divenire di una volontà superiore. Ed è proprio a tale volontà superiore che si uniforma l’intento di ricerca e recupero dei simboli che ci accomuna.

Recita un antico Rituale:

Il Sole, simbolo visibile dello spirito, si è ritratto nelle caverne del Settentrione. Le giornate si sono accorciate ed allungate le notti.

Il dolore è nelle nostre anime perché il Sole è calore, vita, luce.

Noi, Fratelli carissimi, ravvisiamo in questa rituale morte del Sole, una fase della perenne lotta tra il bene ed il male.

Ma il nostro dolore è temperato dalla certezza che il Sole, dopo la sua discesa agli Inferi, risalirà allo Zenit della nostra coscienza.

Così lo Spirito dell’Uomo, dopo avere dormito nella misteriosa Tomba di Saturno, vegliato dai neri corvi della morte, risorgerà a nuova vita in un volo di colombe”.

Oggi quindi per ogni iniziato si apre la “Porta degli Dei”, porta rivolta verso l’alto, onde farvi transitare la nostra speranza di ottenere il ritorno del trionfo della Luce sulle tenebre e, quindi, dello spirito sulla materia.

“Nei tarocchi ciò che meglio identifica tale rinascita di Luce è la lama del Bagatto, carta che simboleggia la vera essenza dell’uomo, la cui missione è conseguire l’unione fra spirito e materia. Il Bagatto ha già davanti a sé tutti i simboli del potere materiale ed è il personaggio che intraprende l’Opera alchemica, lavorando con i tre principi e i quattro elementi (i tre piedi e i quattro angoli del tavolo), grazie alla quale ogni uomo è un metallo, che portato alla sua perfezione, viene chiamato Oro. Il senso più alto della carta è dato dal suo numero, che è l’uno e che indica il motore immobile, il Principio di tutte le cose, anche se il suo cappello a forma di otto allungato simboleggia il movimento d’elevazione spirituale che conduce alla quadratura del cerchio.

Uscendo dalla Caverna Cosmica, con il Solstizio d’Inverno, perciò, si passa dal nulla all’unità, geometricamente cioè, dal divenire sensibile, rappresentato dal simbolo della circonferenza, si passa all’eterno presente, che nell’uno e nel centro si esplicita perfettamente” (Valentini).

È il momento di un nuovo inizio e di un nuovo ciclo: il percorso potrà essere felice solo se rafforzeremo e non smarriremo la nostra natura di iniziati.

Dall’eterno presente del divino fuoriesce il grande fiume del tempo ed accenna ad un ritorno della goccia al mare. Lungo quali vie? Difficile dirlo, giacché ognuno sceglie la propria. Nell’oscuro gioco del nero e del bianco il soffio vitale, smarrito nella contingenza della materia, cerca la via che conduce alla originaria purezza, la possibilità, cioè, di reintegrarsi nella sua dignità primordiale. È la possibilità di raggiungere l’Armonia perfetta in ciò che è in basso, così come in ciò che è in alto con un atto inesprimibile che al tempo stesso è creativo, intuitivo, psicologico, materiale.

“…Se voi avete operato bene, vedrete una nerezza nella parte superiore, che è segno di putrefazione … Sappiate che la fine non è altro che il principio e che la morte è causa della vita, e il principio è causa della fine.

Occorre operare fino a che vediate nero, vediate bianco, vediate rosso. Ecco tutto. Giacché questa morte è vita eterna dopo la morte gloriosa e perfetta”.  (Turba Philosophorum).

L’augurio, quindi, per tutti noi è che in questo Solstizio ciascuno trovi  dentro di sé il proprio Punto di Luce.