CORPO DI LUCE (3)

Terza parte dell’intervento di Silvano Danesi al convegno: “Il corpo di luce”.

L’idea che la luce sia l’elemento costituente principale della vita e che sia il fondamento della realtà non appartiene solo alla mitologia antica, ma ha avuto seguito nei secoli, come dimostrano molte opere poetiche e filosofiche, a cominciare da quella mirabile opera poetica che è la Divina Commedia, dove Dante, giunto al 33° Canto del Paradiso, dopo aver detto che la sua mente mirava fissa, immobile, ci dice anche cosa stava mirando, accendendosi, via via, dello stesso mirare.

Così la mente mia, tutta sospesa,
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa.

[…]

O luce etterna che sola in te sidi,
sola t’intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!

Tradotto in prosa, Dante, con quel: “o luce eterna che risiedi in te stessa, da sola ti intendi, e da te stessa intesa mentre t’intendi ti ami e gioisci di carità”, ci sta parlando del Fuoco-Luce primordiale, principio di tutte le cose, compresa quella dignità umana che si riconosce scintilla del fuoco divino.

Dante immagina, ossia vede e mette in immagini ciò che vede.

Siamo nel campo dell’immaginale, che ha una realtà propria, anche se non separata.

Il corpo indizio visibile dell’invisibile

Nella filosofia degli orfici e dei pitagorici il soma (corpo) è sema (sepolcro) dell’anima.

“Ma sema – ci avverte Angelo Tonelli – significa anche segno: dunque il corpo è anche segno. Che cosa può significare questo, nel profondo? Significa che il corpo è indizio di qualcosa che sta alla radice, e che esso traccia geroglifici nella vista estensione del mondo sensibile, nella vita. Il corpo scrive la storia del mondo, ed è informazione vivente, vivente ghirigori del Divino”. [1]

Anassagora, a questo proposito, ci avverte che le cose che appaiono sono ciò che si vede dell’invisibile.

Dobbiamo, per comprendere, entrare nell’orizzonte dell’immaginale, dell’intuizione, del pensiero noetico, dando spazio a quella forma di conoscenza che è stata ritenuta primitiva, ossia relativa o propria di un periodo di tempo anteriore a quello attuale, dove gli esseri umani erano considerati ingenui, mentre era primordiale, ossia originaria.

“In Veda – scrive Angelo Tonelli – c’è la radice vid- che significa «conoscere per visione immediata». Infatti «secondo la tradizione sacra dell’India, gli inni vedici furono ‘visti’ dagli antichi vati e da loro espressi nelle quattro grandi raccolte»”. [2]

Volgendo lo “sguardo” al pensiero intuitivo e noetico, entriamo in un ambito iniziatico che si collega alle antiche tradizioni, molte “visioni” delle quali trovano ora riscontro nella fisica e nelle elaborazioni della matematica.

Nei Misteri Eleusini il culmine il culmine dell’iniziazione consiste in una visione, l’epopteía, visione di luce. Plutarco afferma che iniziatica è la visione sapienziale.

La visione sapienziale è theoria (da orao, io vedo, io so). Nella lingua greca sapere equivaleva ad aver visto. Visto, ma con quale vista? Con quale prospettiva?

L’energia intelligente, informata, cosciente e significante si “immagina”, si fa immagine, photo-gramma, scrittura di luce o corpo di luce, declina in un campo elettromagnetico, così che gli esseri umani sono esseri “immaginati”, frattali del Tutto, ossia grumi di energia intelligente, informata, cosciente e significante “immaginati” in un corpo di luce.

Se i corpi mortali sono un indizio che ci invita ad avventurarci in quello dei “corpi di luce”, o corpi energetici, dobbiamo cambiare la vista, per vedere oltre il velo. Dobbiamo cambiare prospettiva.

Questo mutamento di modalità del vedere ci introduce alla mistica della luce.

Il nesso tra campo di forma e campo elettromagnetico

Torniamo, a questo punto, alla questione principale posta dalla nostra riflessione dalla giovane arrivata alla soglia della morte del corpo materiale.

Quale corpo stava ri-costruendo?

Una possibile risposta ci viene dalle teorie di coloro che, nel Medioevo, si occuparono della luce, introducendo, con il linguaggio del tempo quello che oggi potremmo definire come il nesso tra campo di forma e campo elettromagnetico e tra luce come onda e luce come particella.

Dalla mistica della luce alla teoria dei quanti, nonostante i secoli intercorsi, il passo sembra breve.

Il fotone è il quanto di energia della radiazione elettromagnetica, chiamato anche quanto di luce quando nel XX secolo si capì che in un’onda elettromagnetica l’energia è distribuita in pacchetti discreti e indivisibili. Il fotone è onda e particella ed è una sorta di Giano bifronte, di ponte relazionale tra energia e materia. Lo è tanto più da quando tra bosoni e fermioni è stato dimostrato sperimentalmente che lo scambio può essere reciproco, ossia due fotoni che collidono danno origine ad un elettrone e viceversa.

Prima di entrare nel merito dei concetti che qui mi preme sottolineare, alcuni cenni del contesto nel quale si sono sviluppati.

La definizione “metafisica della luce”, coniata nel 1916 da Clemens Baeumker, è volta ad indicare un contesto speculativo della cultura filosofica e teologica latina medievale che si innestò progressivamente sotto la spinta di molteplici influssi: neoplatonici (Proclo, Plotino, il Liber de causis), teologici (la patristica greca, Agostino e lo pseudo Dionigi) e arabi (Alkindi, Avicenna, Algazel e soprattutto Avicebron).

Nel secolo XII le opere dello pseudo-Dionigi ebbero un impatto rilevante e nello stesso secolo venne tradotto Euclide e la sua geometria consentì di assimilare più facilmente la dottrina della causalità geometrico-luminosa esposta nel De radiis di Alkindi.

La dottrina ilemorfica (ogni sostanza è composta di materia e di forma) del Fons vitae di Avicebron offrì l’essenziale presupposto ontologico (ciò che riguarda l’essere degli enti, ciò che riguarda la conoscenza dell’essere) alla metafisica della luce, permettendo di individuare nella lux la prima forma di ogni realtà materiale.

Il principale rappresentante della metafisica della luce fu Roberto Grossatesta.

Principio ontologico basilare della metafisica della luce è che essa costituisce la componente strutturale essenziale di ogni essere fisico, animato e inanimato.

La lux prima forma è la corporeità. Non lo è in se stessa, essendo priva di dimensioni, ma lo è al momento in cui si unisce alla materia, anch’essa indeterminata. Moltiplicandosi indefinitamente a partire da un punto a-dimensionale, la luce, unita alla materia, genera il corpo, determinato e quantificato.

Il corpo dell’universo è determinato in quanto si manifesta, ‘appare’, essendo la sua forma prima, cioè la lux, auto-manifestativa. Esso è quantificato dal momento che la materia, non potendo espandersi all’infinito, arresta la spinta di espansione infinita della lux.

Nella prospettiva grossatestiana, il lumen celeste ha la capacità di penetrare all’interno dei corpi naturali (dottrina dell’incorporazione della luce), determinando in tal modo un cambiamento di stato e la relazione con altri corpi, in particolare la possibilità della sensazione.

La luce ha una funzione operativa, è il medium attraverso il quale l’anima agisce sul corpo permettendogli di muoversi e di avere sensazioni.

Il nucleo centrale del pensiero metafisico e teologico grossatestiano, che sarà sviluppato in Bonaventura, si articola intorno all’assunto che Dio è luce, e non in senso metaforico.

La luce di Dio non è né spirituale, come quella dell’intelletto angelico e umano, né corporea come quella che costituisce gli enti naturali: è indefinibile e completamente trascendente. Tuttavia è luce, e poiché tutto ciò che è creato è a somiglianza di Dio, ogni ente è aliquod genus lucis (una specie di luce).

Dunque anche sul piano teologico si avvalora l’assunto che ogni esistenza è una forma della luminosità.

La metafisica della luce sottende anche il Memoriale rerum difficilium, attribuito ad Adamo Belladonna (Adam Pulchre mulieris), dove la sostanza prima, identificata con una intelligenza, è luce, e da essa deriva tutta la catena dell’essere.

Lo pseudo Pietro Ispano, un autore che scrive attorno al 1240 un commentario al De anima di Aristotele, ci presenta una teoria dell’incorporazione della luce molto simile a quella di Grossatesta: ogni corpo composto, afferma, ha in sé una natura celeste che è come una luce incorporata, attraverso la quale il corpo si conserva e compie le sue operazioni.

In Ruggero Bacone la tematica luminosa ha rilevanza soprattutto in ambito di filosofia naturale. Bacone elabora il concetto di species come forma corporea di natura spirituale, una sorta cioè di radiazione immateriale proveniente da ogni ente, che, propagandosi per auto-moltiplicazione in tutte le direzioni secondo linee rette, imprime la sua azione sugli enti circostanti.

Poiché ogni ente risulta tanto produttivo quanto ricettivo di species, queste ultime sono in grado di spiegare ogni nesso causale fra le cose.

In Bonaventura la luce è la prima forma di tutti i corpi, “che hanno l’essere in modo più vero e più degno nei gradi degli enti secondo la maggiore o minore partecipazione ad essa”.

La luce in Grossatesta

Non è questa la sede per occuparci di tutti i filosofi e teologi della metafisica della luce.

Ci occuperemo del filosofo e vescovo inglese Roberto Grossatesta (1170 ca.-1253), il principale teorico della metafisica della luce, e del suo trattato De Luce.

L’idea che Grossatesta propone è quella per la quale l’universo si sarebbe originato dalla subitanea e infinita moltiplicazione di un “punto” di luce unito alla materia prima, espansa fino a formare un corpo sferico di immane grandezza. La luce è principio causale in quanto è la forma prima del corpo, individuata nella stessa corporeità o tridimensionalità fisica.

Attraverso questa singolare tesi ontologica, il trattato attualizza l’antico tema della struttura matematico/armonica dell’universo nonché le dottrine fisiche pre-aristoteliche, traendone spunto per un’inedita esegesi del biblico Fiat lux. Questo scritto è considerato un “unicum” nel pensiero medievale, e il suo tradizionale inquadramento nella corrente di pensiero della “metafisica della luce” giustifica solo in parte la sua originale teoria. Questo primo studio dedicato interamente al De luce presenta l’edizione critica di Cecilia Panti che, insieme ad una nuova traduzione italiana, cura un ampio e puntuale commento testuale e un’introduzione complessiva alla dottrina grossatestiana della luce. Il volume propone una rilettura dei molti interrogativi che questo scritto suscita.

“Ritengo – scrive Grossatesta nel De luce – che la forma prima corporea, che alcuni chiamano corporeità, sia la luce. La luce infatti per sua natura si propaga in ogni direzione, così che da un punto luminoso si genera istantaneamente una sfera di luce grande senza limiti, a meno che non si frapponga un corpo opaco. La corporeità è ciò che necessariamente è prodotto dall’estendersi della materia secondo le tre dimensioni, sebbene l’una e l’altra, cioè la corporeità e la materia, siano sostanze in se stesse semplici, prive di qualsiasi dimensione. Non fu possibile, in verità, che la forma, in se stessa semplice e priva di dimensione, conferisse la dimensionalità in ogni parte alla materia, a sua volta semplice e priva di dimensione, se non moltiplicando se stessa ed estendendosi immediatamente per ogni dove, trascinando la materia nel suo estendersi, dal momento che la forma in quanto tale non si può separare dalla materia, perché non è scindibile da essa, né la materia può essere privata della forma. Ora, io ho indicato nella luce ciò che ha per natura questa capacità, cioè di moltiplicare se stessa e di propagarsi istantaneamente in ogni direzione. Quindi qualunque cosa produce questo effetto o è la luce oppure la produce in quanto partecipe della natura della luce, la quale agisce in tal modo per propria virtù. Quindi, o la corporeità è la luce stessa oppure essa agisce in quel modo e conferisce le dimensioni alla materia in quanto partecipa della natura della luce e agisce in virtù di essa”.[3]

“Ma, in verità – prosegue Grossatesta – non è possibile che la forma prima conferisca le dimensioni alla materia in virtù di una forma ad essa posteriore; dunque la luce non è una forma posteriore alla corporeità, ma è la corporeità stessa. Inoltre, i filosofi ritengono che la forma prima corporea sia di maggior valore rispetto a quelle successive, che abbia una essenza più eminente e più nobile, e che sia quella che è maggiormente simile alle forme separate. La luce senza dubbio ha una essenza più eminente, superiore e più nobile di quella di tutte le cose corporee, e più di tutti i corpi è simile alle forme separate, che sono le intelligenze. La luce, dunque, è la prima forma corporea. La luce, dunque, che è la prima forma nella materia prima creata, moltiplicandosi da se stessa per ogni dove in un processo senza fine ed estendendosi in ugual misura in ogni direzione, al principio del tempo si diffondeva traendo con sé la materia in una quantità grande quanto la struttura dell’universo. E l’estendersi della materia non poté avvenire senza un processo di moltiplicazione della luce che fosse finito perché ciò che è semplice non genera il “quanto”, se replicato in una successione finita, come mostra Aristotele nel De caelo et mundo; mentre genera necessariamente un “quanto” finito dopo un processo di moltiplicazione all’infinito, poiché ciò che è prodotto in questo modo oltrepassa infinitamente ciò dalla cui moltiplicazione è prodotto. Ora, ciò che è semplice non può essere infinitamente oltrepassato da ciò che a sua volta è semplice, ma soltanto la quantità finita oltrepassa infinitamente ciò che è semplice; infatti il “quanto” finito moltiplicato infinite volte oltrepassa infinitamente ciò che è semplice. Necessariamente, quindi, la luce, che in sé è semplice, mediante un processo di moltiplicazione infinita, fa sì che la materia, a sua volta semplice, acquisti le dimensioni di una grandezza finita”.[4]

Ed ecco che Roberto Grossatesta ci comunica l’elemento centrale della metafisica della luce: “La luce, dunque, emana dal primo corpo, che è un corpo spirituale, o, se si preferisce, uno spirito corporeo”.[5]

Riassumendo

 La luce costituisce la componente strutturale essenziale di ogni essere fisico, animato e inanimato.

  • Il sinolo di luce e materia costituisce il composto primario di tutta la realtà.
  • La luce, moltiplicandosi indefinitamente a partire da un punto adimensionale, manifesta la forma.
  • La luce si incorpora determinando un cambiamento di stato.
  • La luce ha una funzione operativa.
  • La luce emana dal primo corpo che è un corpo spirituale o spirito corporeo.
  • Dio è luce non in senso metaforico. Non è luce spirituale né corporea; è luce indefinibile. Risuonano i concetti della tradizione indoeuropea, dove la luce Ka, consustanziale alle acque primordiali Na, di manifesta in Eka, la luce visibile, operante nella realtà manifesta.
  • Essendo tutto ciò che è creato a somiglianza di Dio, ogni esistenza è una forma di luminosità.

 

Possiamo a questo punto sostenere che quel Dio dei metafisici della luce che è luce, ma non in senso metaforico, possa essere definito come il Tutto di energia intelligente, cosciente, informata e significante, che agisce determinandosi in un campo elettromagnetico, che è anche campo di forma che forma e mantiene nella forma i corpi materiali, laddove la stessa materia non è altro che energia in altra modalità.

Possiamo anche dire che ogni essere umano è un frattale di energia intelligente, cosciente, informata e significante, che agisce “immaginandosi”, ossia scrivendosi in un photo-gramma, in un’immagine che, come luce (corpo di luce) si incorpora in un corpo materiale.

Detto in altri termini, un corpo spirituale o spirito corporeo, si “immagina” in un corpo di luce, che si incorpora in un corpo materiale.

Proviamo a rispondere, quindi, alla domanda: quale corpo si ri-costituisce al momento della morte?

Si ri-costituisce quel corpo “immaginale”, quell’olos-gramma frattalico, frattale della grande immagine del Tutto, che è l’intermediario agente tra il corpo spirituale, frattale dell’energia intelligente, cosciente, informata e significante, essenza dell’essere umano, e il corpo materiale.

La presenza nel manifesto cambia frequenza.

(segue)

 

[1] Angelo Tonelli, Sulle tracce della Sapienza, Moretti & Vitali

[2] Upanishad, a cura di Filippani Ronconi, Torino, 1985, citazione in Angelo Tonelli, Sulle tracce della Sapienza, Moretti & Vitali

[3] Traduzione italiana offerta da Paolo Rossi dell’opuscolo De luce (La luce) scritto da Roberto Grossatesta (1175-1253).

[4] Traduzione italiana offerta da Paolo Rossi dell’opuscolo De luce (La luce) scritto da Roberto Grossatesta (1175-1253).

[5] Traduzione italiana offerta da Paolo Rossi dell’opuscolo De luce (La luce) scritto da Roberto Grossatesta (1175-1253).